"Trasparenza"


Nel saggio di apertura del testo Vedere e potere, intitolato non a caso La zona d'ombra, Jean-Louis Comolli (il numero della rivista si aprirà proprio con una conversazione sul tema con il regista e saggista francese) scrive: «Le macchine del visibile (macchine così umane: dalla webcam alla macchina fotografica monouso passando per i satelliti, le televisioni, gli schermi e le macchine da presa di tutti i tipi) sono ormai il centro gravitazionale delle nostre società (...). Ne è testimone in primo luogo il potere assunto dalla parola d'ordine trasparenza, acclamata da tutti e dovunque come nuovo ideale» (p. 12).
La trasparenza dunque si presenta come una sorta di parola d'ordine che attraversa la modernità e trapassa nella nostra realtà contemporanea, modificandosi, assumendo di volta in volta declinazioni e significati diversi. Da questo punto di vista, il concetto può essere affrontato secondo distinte ma interrelate prospettive:

• Trasparenza del vedere.

La trasparenza (come mette in evidenza Comolli) può essere legata ai dispositivi del visibile. In questo senso è visto come una sorta di effetto finale della macchina di produzione e riproduzione delle immagini, quello della visibilità assoluta, senza mediazioni, di ciò che stiamo guardando. La trasparenza come visibilità assoluta è l'obiettivo di una pratica e di un esercizio del potere (è, per esempio, il “sapere tutto” del potere della polizia nei regimi totalitari, come nel recente Le vite degli altri). La trasparenza della visione (ma anche dell'ascolto) individua di un percorso che, più che cognitivo, riguarda la concezione stessa dell'etica e della politica, come aveva già sottolineato Foucault nelle sue analisi della prigione panottica di Bentham.
Il mito della trasparenza è legato alla sua equivalenza (presupposto) con il concetto di “verità” (basta vedere la ricorrenza del termine nel dibattito politico attuale, o anche la sua occorrenza in campi discorsivi molto diversi tra loro: tanto per fare un esempio, il concetto di trasparenza all'interno della teoria linguistica contemporanea). Il cinema, proprio perché sin dall'inizio fondato su una necessaria “opacità” dell'immagine, che rimanda sempre ad un non-visto (il fuoricampo), si colloca in una posizione necessariamente critica di fronte alla “macchina mitologica” della trasparenza, opponendo ad essa un valore diverso, legato alla “spettralità” dell'immagine, vale a dire al suo statuto ontologico “sospeso” (né fenomenico, né non-fenomenico, ma legato al tempo “utopico” del cinema). In questo senso, solo per fare qualche esempio, il concetto di trasparenza permette di rileggere alcuni passaggi della teoria del cinema, quelli legati alla “trasparenza” del cinema classico contrapposta all'“opacità” del cinema moderno (le coalescenze e i caleidoscopi delle immagini-cristallo in Deleuze ecc.). È in questa direzione che possono essere riletti anche (cinematograficamente) “Le Grand Verre” di Duchamp, il “policinema” di Moholy-Nagy, che destruttura il centro della visione a favore di uno “sguardo di Icaro”.

• Trasparenza sensoriale

Un'altra possibile declinazione del concetto di trasparenza viene direttamente dal dibattito estetico contemporaneo. Nella riflessione di Christine Buci-Glucksmann – autrice tra l'altro di testi come La folie du voir. Une esthétique du virtuel [Paris, Galilée, 2002] ed Esthétique de l'éphémère [Paris, Galilée, 2003] – prende corpo un'estetica dell'effimero, in cui la perdita di sostanzialità dell'esperienza contemporanea viene rilanciata a favore di una concezione positiva dell'effimero, basata sì sul concetto di trasparenza, ma non più legato semplicemente al visuale e al potere di controllo. All'idea di trasparenza “classica”, prioritariamente visuale e legata al potere di controllo, si affianca una dimensione nuova dal carattere eminentemente polisensoriale in cui la trasparenza è un'interfaccia del corpo e dell'ambiente; siamo dunque in una dimensione della trasparenza che Buci-Glucksmann definisce dell' entre-deux .
L'entre-deux è uno spazio che sta tra le cose, tra il virtuale e la sua attualizzazione, rimanda al concetto greco di diaphanes che è, come ha giustamente ricordato Anca Vasiliu [Du Diaphane , Paris, Vrin, 1997], l'essere della luce. Né corpo né parte del corpo, il diafano è quindi una nozione operativa di tipo relazionale. Vale a dire che implica un corpo di luce che l'accompagna e lo attraversa (dia-phos). In una tale prospettiva (totalmente sensoriale), anche ciò che resisteva nella forma cinematografica (l'opacità dei corpi) può essere attraversato secondo quanto testimonia anche una certa tendenza dell'arte e della riflessione contemporanea. In questo senso, tale declinazione del concetto di trasparenza può essere ridiscussa proprio partendo dalle zone di confine più radicali che il cinema ha sperimentato nel corso della sua storia.



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