"Esperienza"

Di quante forme di esperienza si può fare esperienza? E che cos'è che fa di ciò che viviamo un'esperienza? Da queste domande può iniziare un percorso per pensare il problema dell'esperienza nella contemporaneità, dove alla benjaminiana “atrofia dell'esperienza” si sta sostituendo un modello radicalmente “inesperienziale” (non c'è esperienza possibile). Se l'eredità complessa e multiforme del Novecento (di cui il cinema, ovviamente, costituisce parte integrante e non secondaria), ha contribuito ad aprire uno scenario niente affatto unitario, l'inizio del nuovo millennio ha inevitabilmente lanciato nuove sfide alla capacità di definizione e comprensione dell'esperienza e dell'esperienza filmica in modo particolare. Cosa significa dunque (o quante cose può significare) l'esperienza? E in che senso il cinema ha potuto (o potrà) contribuire a ridefinirne il senso? Per iniziare a rispondere, si possono riprendere le parole di Francesco Casetti, che ha portato di recente l'attenzione sul tema dell'esperienza filmica (L'esperienza filmica: qualche spunto di riflessione): «Per esperienza in generale si intende da un lato la possibilità di percepire una realtà in prima persona e quasi daccapo (“fare esperienza”), dall'altro l'acquisizione di una conoscenza e di una competenza che consentono di affrontare la realtà e di darle senso (“avere esperienza”). Per analogia, possiamo definire l'esperienza filmica come la particolare modalità con cui l'istituzione cinematografica fa fruire ad uno spettatore un film, quale esso sia, e insieme la modalità con cui essa consente a questo spettatore di rielaborare la propria fruizione in un sapere e in un saper fare, che investono sia, riflessivamente, l'atto che lo spettatore sta compiendo, sia, proiettivamente, il suo rapporto con se stesso e il mondo».
Se da un lato, dunque, l'esperienza in generale ha a che fare con un sapere ed una pratica, l'esperienza filmica in quanto esperienza particolare sembra, da un lato attivamente incidere e orientare il senso della nostra esperienza in genere, ponendosi talvolta come una condizione di possibilità di nuove esperienze, percettive e non (pensiamo alla “scoperta” del volto umano operata dal primo piano), dall'altro passivamente recepire un processo progressivo di atrofizzazione dell'esperienza stessa attraverso, o l'interdizione al “nuovo” nel dominio del cliché, o la costruzione di puri “dispositivi inesperienziali” che sono certi film contemporanei, progettati come pure macchine ludiche (a partire da Tarantino).
Si tratta perciò di pensare il tema dell'esperienza in rapporto al cinema, non solo nella forma particolare dell'esperienza filmica, ma come rapporto più generale fra forme di esperienza e forme cinematografiche.
Il campo può essere articolato in alcune direttrici:
L'esperienza oltre il film. In che modo le forme dell'esperienza in genere orientano e segnano, non solo le forme cinematografiche, ma i dispositivi e i luoghi del cinema? E' stato uno dei grandi interrogativi che hanno attraversato, per esempio, i primi decenni del secolo, soprattutto nel momento in cui è stato pensato il rapporto fra abitante della metropoli e spettatore cinematografico (in autori come Simmel, Benjamin e Kracauer). Il cinema è stato un'arte metropolitana, e la “vita della metropoli” ha inciso radicalmente sul dispositivo e il linguaggio cinematografico, e viceversa: il cinema è andato oltre se stesso, rifluendo sulla percezione ed esperienza del cittadino, del flâneur metropolitano. Negli ultimi decenni del Novecento c'è stata una parallela perdita di centralità e della metropoli e del cinema e delle esperienze collettive ad essi connesse.
L'esperienza del film . Il cinema ha sempre lavorato, sin dalle prime immagini proiettate su uno schermo, sulla sua capacità di porsi come esperienza radicale, shock per gli occhi, il corpo e la mente. È ciò che caratterizza l'incredibile mole di commenti e di reazioni alle prime proiezioni del cinematografo Lumière, così come anche ciò che costituisce la spinta dinamica di un cinema radicale come quello delle avanguardie storiche o di tutte le forme di cinema sensoriale, di un'immagine cioè che accoglie in toto la scissione tra sensorialità e ragione, e lavora soprattutto sulla prima, come terminale necessario per nuove percezioni, nuove esperienze, nuove visioni del mondo a partire dalle quali, però, sarà forse possibile un nuovo pensiero, una nuova immagine del mondo (come è stato, in modi diversi, per Ejzenštejn o per Benjamin). Oppure sarà possibile mettere in crisi la possibilità stessa di creare un'immagine del mondo, una sua compiuta rappresentazione, mettendo in gioco il potere di dispersione e di frammentazione che il cinema ha dalla sua parte.
L'esperienza nel film. Il cinema ha elaborato non uno ma molti linguaggi, forme, organizzazioni sempre cangianti del flusso potenzialmente caotico delle immagini e dei suoni, che altro non erano se non forme attraverso cui il cinema ha permesso di organizzare l'esperienza “affascinante e terribile” della modernità, di dargli un senso, una direzione, una interpretazione: di tradurre, insomma, una molteplicità di stimoli sensoriali in un'esperienza dotata di senso. Dai teorici classici a quelli dell'immagine digitale, l'esperienza filmica è sempre stata al centro dell'attenzione, proprio per la capacità che ha avuto di far confluire le forme di vita nell'esperienza di fruizione, sia nel movimento “immersivo” che colloca il soggetto nel mondo, sia in quello “diversivo” che lo trae fuori.
L'esperienza con il film. Dall'avvento del “regno delle ombre” di Gorkij agli “spettri” di Derrida, passando per una molteplicità di scrittori, artisti, filosofi ecc., il secolo appena trascorso è stato anche il secolo di chi ha vissuto con il cinema, l'ha vissuto come parte integrante della propria esperienza, e ha riportato tale esperienza in altre forme, dalla letteratura alla pittura, dal teatro alla filosofia. Il cinema è in questo senso esperienza che produce un fare, che si rimodula attraverso il soggetto, si reincarna in altre forme, in altre possibilità di esperienza. L' essere-con il film (sia dal punto di vista individuale che dal punto di vista collettivo) si ritraduce (in una forma che è difficile ritrovare in altre forme di esperienza dell'immagine nella contemporaneità) in altre forme, scritture, segni, in altre esperienze.
L'esperienza che è il film. Forse si potrebbe dire, l'esperienza che “è stata” il film. Nell'analisi della trasformazione delle forme dell'esperienza nella contemporaneità si situa ovviamente anche la domanda su qual è oggi il ruolo e le possibilità di esperienza che il cinema offre; se si tratta cioè di cercare altrove – nelle attuali e sempre più disperse e disseminate modalità di produzione, riproduzione e diffusione dell'immagine – le possibilità di esperienza che il cinema ha prodotto nel corso della sua storia (mettendo in evidenza e segnalando ogni simulazione dell'esperienza, ogni “falsa” esperienza che l'immagine produce) o se, proprio oggi, di fronte ad un cambiamento radicale della fruizione stessa del film (il tramonto sempre più evidente della sala cinematografica come luogo principale di fruizione), il cinema ha di fronte a sé una nuova possibilità di creare, rimodulare, rappresentare, mettere in questione e rinnovare le forme dell'esperienza, mettendo in evidenza come il cinema non sia semplicemente rappresentazione, duplicazione del reale, ma sia esso stesso esperienza, evento.

 

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