" Territorio" 

 Cos’è un territorio? Cosa lo caratterizza, quali sono le sue immagini? Quante forme di territorio esistono, materiali e immaginarie, reali e mentali? Cosa fa di un territorio un’entità simbolica, caratterizzata da ciò che include al suo interno, ma anche da ciò che esclude da se stesso? È a partire da questi (e molti altri) interrogativi che ha inizio l’indagine sulle forme del territorio in rapporto all’immagine e al cinema.
   Parlare di territorio significa, anzitutto, riconoscere i molteplici significati che il termine assume in relazione al suo utilizzo nella riflessione teorica contemporanea e nel cinema. Quello di territorio è infatti un concetto che oscilla tra la realtà materiale e immateriale, tra il concreto e il simbolico: proprio per questo il cinema si pone come uno dei luoghi (e delle forme) più capaci di coglierne i molteplici sensi. Mai come nell’ultimo secolo, infatti, il senso e il significato della terra, del luogo, del territorio, è stato così aperto ad interpretazioni differenti, teoricamente e politicamente differenti, ambiguamente contrastanti l’una con l’altra. Dalla differenza tra dominio, campo e territorio affrontata da Kant ne la terza Critica al movimento necessario tra territorio e terra che caratterizza la riflessione di Deleuze e Guattari in Che cos’è la filosofia?, il concetto di territorio si è distinto per la sua dimensione ed apertura, politica ed estetica. Parlare di territorio, inoltre, significa ripensare (anche attraverso le immagini) il ruolo e il senso dell’abitare, dello stare dell’uomo sulla terra, del muoversi su di essa, modulando ogni volta l’esperienza di un nuovo spazio possibile, vicino o lontano, proprio o altrui. Per questi motivi, diversi sono i percorsi di ricerca che si aprono a partire da queste considerazioni.
   Cartografie. Una prima declinazione del termine riguarda il territorio come “mappa” fisica e mentale, cartografia dei luoghi e dei corpi che non necessariamente coincide con la carta “politica” di un territorio, visto che esso è anzitutto un luogo caratterizzato per ciò che comprende al suo interno, per ciò che lo unifica e lo caratterizza, per i significati che esso ha acquistato nel corso del tempo (fosse anche nel corso della durata di un film). Il cinema ha individuato i territori della modernità e li ha nominati, riconosciuti, resi visibili. Dal cinema che lavora sulle zone sospese, di permanenza temporanea, campi, territori di confine (Ackerman, Techiné, Katchaturian, Salani), al cinema che fa di un micromondo possibile (una casa, un cortile, una stanza) un unico territorio abitabile, temporaneamente sospeso dal resto del mondo (Lynch, Renoir, Dreyer). Il cinema attua spesso processi paralleli di territorializzazione e deterritorializzazione (per usare i termini cari a Deleuze e Guattari), mostrando lo spazio come entità mobile, ri-significabile, ri-abitabile. L’abitabilità del territorio è certo l’altro grande tema che ha attraversato la modernità (basti pensare alla riflessione di Heidegger), ora tesa al ritrovamento di un equilibrio originario, ora tesa al ripensamento continuo del senso e della funzione dell’abitare. E il cinema pone il tema dell’abitare in modo peculiare, a partire dal suo stesso linguaggio, perché il film stesso si pone come territorio dell’immaginario e pone sempre la questione relativa alla sua abitabilità
   Terra e mare. Da un altro punto di vista, il territorio è sempre determinato da due movimenti, fisici e cinematografici: la manipolabilità della terra (sempre trasformabile in paesaggi cangianti), l’Ertortung di cui parlava Schmitt, e la dinamicità del mare, territorio mobile che permette ai soggetti di spostarsi, di attraversare nuove terre, di cambiare la propria posizione. E il cinema sceglie di seguire ora l’una ora l’altra strada, sempre però mantenendo aperta la dialettica senza fine tra terra e mare, tra manipolabilità del mondo e dei territori e attraversamento degli stessi. Dal cinema nomade di Ruiz, Pasolini, De Oliveira, Depardon, ai racconti di terra e di mare di Sharunas Bartas, Sokurov, o, ancora, la dinamica della terra e del mare nei film di De Robertis, Rossellini, nel territorio aperto di Ford o del western, dove la dimensione mitica e arcaica del territorio vengono restituiti con un’intensità senza pari. Per arrivare al mare come luogo di pura immagine, set reale e digitale al tempo stesso, in un film che è ormai un archetipo come Titanic di Cameron. La tensione costitutiva tra terra e mare costituisce anche una delle basi delle logiche dei generi, dal western alla fantascienza, secondo un movimento che permette al cinema di rinnovare continuamente le forme dei territori, la loro rappresentazione.
   Attraversamento/esplorazione. Strettamente legata all’ipotesi precedente è l’idea del territorio come spazio da scoprire, attraversare, conquistare anche solo con il pensiero. È il movimento tipico della modernità, che di volta in volta arricchisce i territori di valori simbolici sempre più forti, via via caratterizzandoli come luoghi del desiderio, del mistero, dell’avventura, del sogno, dell’allucinazione. E, allo stesso tempo, è la rappresentazione dello stato transitorio dell’esistere, della condizione dell’esiliato e del migrante, del profugo e dell’espulso, del clandestino e del sans papier. La perdita del territorio come luogo unico e abitabile e l’esperienza del territorio come luogo transitorio, di fuga o di rifugio. C’è un cinema che nel Novecento ha rappresentato tutto questo: il cinema degli esiliati, dei profughi, delle immagini nomadi e apolidi che hanno caratterizzato l’esperienza della modernità come esperienza di una moderna diaspora. È in questo contesto che si colloca una potente linea trasversale del cinema, da Chaplin a Lang, da Lubitsch a Dieterle, Siodmak, Billy Wilder, Douglas Sirk, Raoul Ruiz, Rossellini, Pasolini, Fernando Solanas, Hugo Fregonese, Hugo Santiago, José Littin, Joseph Losey, Ylmaz Guney e moltissimi altri. Sguardi caratterizzati non solo dall’esperienza personale della diaspora o dell’esilio, ma accomunati dalla volontà di dare un’immagine all’esperienza dello sradicamento e a quella della scoperta di nuovi territori, ostili o accoglienti, riconoscibili od estranei. Il cinema nasce in fondo come dispositivo contemporaneo ai grandi movimenti di massa del Novecento, movimenti spontanei o coatti, individuali o collettivi, felici o disperati. E sono spesso le immagini in fuga del cinema e dei suoi autori a conservarne con più forza le tracce.
Il cinema come territorio. Dove inizia e dove finisce un territorio? Se il territorio è quello del mondo filmabile, esso non è in fondo privo di confini? Sin dagli ultimi anni del XIX secolo gli operatori lumière attraversavano il mondo nel tentativo di disegnare una nuova mappa, che gli spettatori cinematografici (questa nuova umanità che si andava formando in quegli anni) avrebbero ritrovato e scoperto di fronte allo schermo. Inaugurare nuovi territori (del filmabile, del visibile, del moralmente mostrabile, del pensabile), territori fisici e mentali, politici ed esistenziali è da sempre compito infinito del cinema, visto che il cinema è stato il territorio dove il significato e il senso dell’essere nel mondo prendeva corpo, si è trasformato in immagine, racconto, corpo, flusso. In questo ultimo senso, dunque, il territorio è il linguaggio stesso del cinema, la sua forma e la sua modalità di pensare il mondo, di porsi come unico territorio libero del mondo, come diceva Godard: «Il mio paese ideale è l’immaginario, e l’immaginario è il viaggio tra ciò che è davanti e ciò che è dietro all’obiettivo». Un Paese, un territorio; ma un territorio, possiamo aggiungere, i cui confini non sono mai stabiliti una volta per tutte.
   È dunque da queste linee di ricerca, spesso incrociate, che può nascere una riflessione sul rapporto tra cinema e territorio, nella consapevolezza che è anche da una problematica del territorio che la forza politica ed estetica del cinema si rivela in tutta la sua potenza.



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