Atto e potenza. La
figura che riassume, a partire da Aristotele e dalla sua celebre
definizione nella Metafisica, la dinamica dell’essere, il rapporto tra
la sua pienezza e ciò che non-è-ancora-giunto-a-pienezza-d’essere, ha
attraversato e caratterizzato il pensiero occidentale. Figura complessa,
nonostante l’apparente semplicità, la coppia atto e potenza ha subito,
nel corso dei secoli, una serie rilevante di trasformazioni e riletture.
È soprattutto il concetto di “potenza” ad essere rivisto e rivalutato
nel corso della modernità e del pensiero contemporaneo, offrendo poi lo
spunto ad una serie di riflessioni che mettono in gioco – soprattutto
nel Novecento – la linea di biforcazione tra politica ed estetica. Dalla
centralità della potentia nel pensiero di Spinoza, originaria forza
vitale della collettività da cui solo può nascere un pensiero e una
forma politica, alle forme di mediazione del potere rappresentate, ad
esempio, nel pensiero di Hegel; dalla dinamica trasgressiva della
Volontà di Potenza nietzschiana come accrescimento di sé fino alla
potenza della natura nelle riflessioni di Emerson, o alla potenza come
lato oscuro del potere, eccedente e incommensurabile, nel concetto
kafkiano di Macht o nell’ambivalenza del termine tedesco Gewalt, al
tempo stesso potere, legge, potenza e violenza (come sottolinea Benjamin
nel suo famoso saggio Per la critica della violenza). E il rapporto di
identità/distinzione fra potere e potenza è una questione cruciale di
tutto il pensiero del ‘900. Infine, la rivalutazione in senso
estetico-politico del concetto di potenza è rintracciabile nella
riflessione di Giorgio Agamben, che, nella personale rilettura della
coppia aristotelica, rovescia il discorso evidenziando come
«un’esperienza della potenza come tale è possibile solo se la potenza è
sempre anche potenza di non (fare o pensare qualcosa)» (Bartleby o della
contingenza, Quodlibet, Macerata 1993, p. 59).
È all’interno di questa costellazione di significati che una riflessione
sul concetto di potenza a partire dal cinema e dalla problematica
dell’immagine può prendere le mosse. Alla base del percorso di questo
numero di “Fata Morgana” sta infatti la consapevolezza che il cinema e
le forme audiovisive siano state degli straordinari momenti di
elaborazione e reintepretazione del multiforme concetto di potenza.
Momenti diversi che aprono strade interpretative differenti, come
emergerà dalle ipotesi di percorso di questo prospetto.
L’immagine della potenza. Il cinema, nel corso del Novecento, si
è in vario modo intersecato con l’immagine della potenza politica che
ogni stato ha prodotto di sé. L’esperienza dei totalitarismi è stata
possibile anche a partire dalle immagini che sono sorte in vario modo
all’interno o all’esterno delle strutture totalitarie. Dal cinema di
Leni Riefensthal a quello di Walter Ruttman, dagli affreschi apologetici
di Mikhail Ciaureli alla produzione incessante (cinematografica e non)
di immagini di propaganda, alla messa in scena del potere totalitario
come “opera d’arte totale” (Boris Groys), gli stati totalitari hanno
costantemente lavorato sull’estetizzazione della politica, sulla
creazione di immagini capaci di rappresentare lo stato come “potenza”
realizzata. Ma il rapporto tra volontà politica e forme cinematografiche
non è mai stato semplice né lineare. È proprio tra le pieghe delle
immagini della “potenza” del potere, che il cinema rivela la sua
capacità di porsi come zona di resistenza al potere stesso, sia
all’interno dei grandi meccanismi spettacolari, sia all’esterno, in
forme cinematografiche che si oppongono ad una certa immagine della
potenza. È proprio nello spazio pieno della potenza del potere, che
l’immagine rivela il vuoto stesso che lo sostiene, l’ultimo arcanum
imperii. In modo diverso i grandi cineasti della potenza contrapposta al
potere (da Bellocchio a Sokurov) hanno dunque costituito il necessario
controcampo del cinema del visibile.
Potenza del cinema. Il grande dispositivo cinematografico, capace
di creare “immagini che si accordano ai nostri desideri” ha sempre
accompagnato lo sviluppo della settima arte, soprattutto nei grandi
sistemi industriali cinematografici (Hollywood in primis). La forza del
cinema si è basata sempre su un’ambivalenza costitutiva, su una doppia
direzione che ne ha costantemente accompagnato lo sviluppo: da una parte
la grandeur dell’immagine (dall’epoca dei grandi formati, allo splendore
del technicolor, dalle sperimentazioni sonore fino alle nuove tecnologie
dell’immagine digitale), legati all’idea che la potenza del cinema
risieda nella sua capacità di creare un’immagine bigger than life. Da
Griffith a Cameron, il cinema ha saggiato la potenza dell’immagine
attraverso anche la sua capacità di rinnovare l’universo mitico che la
sostiene, al di là di ogni innovazione tecnologica. Dall’altra, la
potenza del cinema si è spesso coniugata con ciò che l’immagine non
mostra, con ciò che può potenzialmente dire e non dire (parafrasando
Agamben). La potenza è, in questo senso, potenza dell’eccesso e
contemporaneamente della sottrazione, potenza della luce e del nero che
necessariamente la sostiene. A questa visione è legata una lunga e ricca
tradizione teorica e (soprattutto) realizzativa. Qui il termine potenza
è da intendere nel doppio senso che ne attraversa la storia. La potenza
come dispiegamento del potere umano o della natura, esplicitazione di
una visione “titanica” del mondo, e la potenza come dynamis
dell’immaginazione, aperta all’interazione con lo sguardo attivo dello
spettatore.
La potenza dei corpi. Che cosa può un corpo? È la domanda
deleuziana che il filosofo francese riprende da Spinoza e che si
interseca con l’esperienza cinematografica in più di un’occasione.
Chiedersi cosa sia un corpo in termini di potenza, significa pensare (e
mettere in gioco) l’immagine come promessa per il futuro. Se il potere è
una pratica di addomesticamento dei corpi, di limitazione della potenza,
il cinema ha lavorato costantemente sul movimento opposto, sulle
pratiche di liberazione dei corpi ripresi, lasciati liberi di muoversi,
colti nel flusso della loro esistenza, nella lotta perenne tra le
strutture che li comprendono e l’anelito alla libertà. È una tensione
costante quella dell’immagine dei corpi, che va dal cinema di
Rossellini, colmo di corpi che cadono, si rialzano, vagano liberi (come
i fraticelli di Francesco), fino al cinema di Pasolini, in cui la lotta,
il contrasto tra la potenza dei corpi e il potere che li decifra si
mostra sin nel contrasto tra il volto e la parola, tra il gesto e
l’immobilità. È ancora il cinema di Bellocchio, in cui la potenza dei
corpi diventa la linea guida di uno scarto possibile (finanche destinato
alla sconfitta, alla follia o all’oblio), rispetto alle logiche
aberranti del potere. La potenza è qui allora intesa come ciò che si
oppone al potere, di cui il potere ha timore: dalla sessualità (come in
Oshima) ai comportamenti aberranti, dalla rivolta alla negazione totale
delle regole (come nel cinema di Herzog o nel rapporto corpo-parola nei
film di Straub e Huillet).
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