"Reale" 


Quello di Reale è un termine sfuggente, di non facile definizione. Eppure poche parole come reale (e il suo correlato, realismo) hanno avuto simile diffusione nel dibattito culturale dell’Occidente, dal Medioevo fino al Novecento. È sufficiente pensare alla profonda ricostruzione fatta da Auerbach per quanto riguarda la letteratura, per giungere all’ultimo dibattito che ha imperversato sui quotidiani.
Reale/realismo: l’evidenza apparente del suo significato si scontra con l’evanescenza del suo senso. O forse, più che con l’evanescenza, con la molteplicità di sensi possibili. Come si definisce ciò che è reale? A cosa si oppone questa parola? Cosa cambia quando opponiamo reale a virtuale, reale a immaginario, a simbolico, a fantasmatico, a menzognero, a finzionale o ad astratto? Oppure quando opponiamo reale a realtà? Ognuna di queste coppie oppositive riassume in fondo un discorso possibile, una posizione possibile di fronte al problema di cosa sia, di come si configuri il reale e il nostro rapporto con esso.
Proprio nel passaggio tra XIX e XX secolo il dibattito ha rilanciato con forza il problema del reale (del suo senso, del suo significato), a partire dalla rivoluzione tecnologica che ha attraversato l’Europa e il mondo intero. Dalla fotografia al cinema, dai nuovi mezzi di produzione e riproduzione dell’immagine, il concetto di reale ha trovato ulteriori declinazioni, incrociando spesso e volentieri il pensiero del Novecento e costruendo pratiche e forme che hanno ulteriormente approfondito la questione di ciò che, oggi come oggi, chiamiamo reale.

L’impronta del reale (prospettiva ontologica). È la linea che attraversa uno sguardo che ha caratterizzato la modernità e che per comodità trova nella figura di Bazin il rappresentante più esemplare. Lungi però dal proporre una lettura ingenua del reale – inteso come l’evidenza dei sensi che la macchina da presa coglie in modo immediato – questa linea (a partire dalla riflessione dello stesso studioso francese) individua un rapporto particolare tra il dispositivo (la macchina da presa) e ciò che viene filmato (corpi, situazioni, eventi). Non si tratta di una rappresentazione del reale, ma di quello che Bazin chiama un’impronta, un rapporto particolare che è al tempo stesso una costruzione, una forma, e una testimonianza di ciò che è stato lì, di fronte allo sguardo meccanico della camera. In un certo senso connessa ad una prospettiva ontologica ce n’è una di carattere fenomenologico, dove il realismo dello sguardo cinematografico assume l’aspetto di una rivelazione del reale.
Una tale prospettiva ontologico-fenomenologica ha attraversato e continua ad attraversare le forme audiovisive contemporanee e diventa ancora più urgente nel momento in cui è il dispositivo stesso a mutare forma e struttura nel cinema contemporaneo. Si tratta allora di riprendere questa linea interrogandone principi e conseguenze, proprio quando il dibattito contemporaneo sembra decretarne l’inattualità (si veda a questo proposito gli esiti attuali dei Film Studies anglosassoni) oppure ne declina i principi in senso pragmatico (si veda ad esempio la posizione di filosofi come Ferraris).

Il vuoto del reale (prospettiva psicoanalitica). È la linea che attraversa quelle letture del cinema e dell’immagine in generale in cui ciò che importa è la capacità dell’immagine di svelare il Reale (con la “R” maiuscola) come vuoto, come impossibile forma, priva di senso e di fine. Le pratiche dell’immagine mettono in scena in modo sintomatico i buchi e i vuoti del reale proprio laddove cercano di riempirlo di senso, di organizzare una struttura della realtà coerente e organica. È la lettura psicoanalitica del cinema da Lacan a Žižek; lettura che fa del Reale una sorta di orizzonte impossibile da mettere in forma, radicalmente opposto agli orizzonti del simbolico e dell’immaginario. Si tratta allora di seguire questa prospettiva nella consapevolezza che il cinema o l’immagine sono qui visti ed analizzati come forme sintomatiche, esempi di un inconscio collettivo.
In questa prospettiva rientra anche l’idea della spettralità del reale, per riprendere un termine caro a Derrida: lo spettro, riferito e al reale e all’immagine, è ciò che al tempo stesso è fenomenico e non fenomenico, materiale e immateriale

Un cinema per il reale (prospettiva etica). La linea che connette il reale ad un problema etico è la linea che evidenzia la domanda di fondo che sta alla base (che viene prima) ogni atto del filmare: perché filmare? Quali scelte sono necessarie prima di organizzare, concatenare un’immagine ad altre immagini? La sfida del cineasta di fronte al reale è anzitutto una sfida etica prima ancora che conoscitiva od ontologica. Si tratta di una linea che ha attraversato con forza e a volte con urgenza tutta la storia del cinema, e che si è spesso identificata con uno sguardo cinematografico dalla potente forza documentaria. Non si tratta però qui di identificare nel documentario come genere la prospettiva più adatta per parlare di un “cinema del reale”, ma di riconoscere nell’istanza documentaria del cinema il campo all’interno del quale indagare e approfondire le forme e le tipologie del suo “essere per il reale”, di una forma cinematografica cioè che attiva se stessa a partire da una sfida etica, quella di interrogare un reale che non è (mai) già dato, già disponibile, che semplicemente si offre alla macchina da presa.
Il cinema per il reale è però anche il cinema capace di autenticare il reale che sembra svanire nonostante la sua massiccia presenza (come nei reality). Quali procedure reggono questa autenticazione? Sicuramente la più importante è il montaggio nelle forme pervasive ed originali che assume nella contemporaneità.

Il discorso del reale (prospettiva retorica). Quest’ultima linea parte dalla dicotomia già individuata da Bazin (l’immagine audiovisiva è al tempo stesso “impronta” del reale e sua costruzione, sua scrittura), per rovesciarla al suo interno, facendo della scrittura, cioè della “retorica” del reale, il suo spazio privilegiato. Il realismo, per esempio, secondo la lettura che ne dà Deleuze, è una questione di codificazione generica, di forma dell’azione.
Proprio nel momento in cui lo sviluppo delle forme audiovisive contemporanee sembra andare nella direzione di una proliferazione delle immagini artificiali, tecnicamente prodotte, scisse da un rapporto immediato con una realtà materiale, l’immagine intesa come “autentica”, “reale”, prolifera nel panorama contemporaneo sotto forma di retorica, di costruzione “linguistica” del reale. Se, di fronte all’impossibilità da parte del cinema di cogliere ciò che nella sua totalità sfugge all’immagine (appunto il reale), l’immagine lavora o può lavorare sul concetto di verosimile (secondo una prospettiva che risale alla rilettura di Aristotele da parte di Della Volpe), nello scenario contemporaneo, il verosimile si trasforma in supposto reale, negando la propria costruzione, la propria artificialità. Il reale si offre (o meglio, scompare) sotto forma di reality, di pura convenzione artificiale della realtà.

[Indietro]



INDICE

ARCHIVIO