Ineluttabile modalità del visibile:
10 Skies di Benning

Rinaldo Censi

 

Amleto: Vedete quella nuvola che sembra quasi un cammello?
Polonio: Per la santa messa è così... un cammello.
Amleto: O forse una donnola.
Polonio: Infatti la schiena è di una donnola.
Amleto: O una balena.
Polonio: Una balena, tale e quale
William Shakespeare

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Spazio trame di 10 Skies, Internet Movie Database

 



Una macchina da presa 16mm (Bolex). Dieci inquadrature sul cielo: pezzi di cielo americano, dettagli. Dieci inquadrature fisse. James Benning ha realizzato così il suo penultimo film, il cui set è stato fissato sul retro di casa sua, nel sud della California: Ten Skies. James Benning realizza film
dagli anni ’70. Nato nel Wisconsin, da immigrati tedeschi, fino all’età di vent’anni ha giocato a baseball e studiato matematica all’università. In quegli anni, rifiuta di partire per il Vietnam, lascia l’università per spostarsi nel Colorado. Insegna a leggere e a scrivere ai figli di lavoratori immigrati.
Studia cinema con David Bordwell e comincia a insegnarlo, dopo aver svolto altri mestieri.
È piuttosto raro imbattersi, almeno qui in Italia, in uno dei suoi film.
Film d’artista? E per quale pubblico? Si tratta – è il caso di sottolinearlo –, di «film narrativi sperimentali»: così li definisce Benning. Spesso si tratta di film modulati su lunghe inquadrature fisse, in presa diretta. Ma cosa filma Benning? Architetture, paesaggi, gente comune, strutture e tutto quanto possa interessare il suolo americano. Sono film notevoli, vere e proprie esperienze sensoriali e percettive, ma non solo: sono film realizzati da un globetrotter dell’emulsione, un camminatore, un viaggiatore, uno scrutatore. Qualcuno
potrebbe definirle inquadrature vuote, ma non è così; in realtà, sono inquadrature abitate, in movimento: implicano una questione temporale, una dimensione aleatoria, legata al caso, e un certo gusto per la composizione armonica del piano (paesaggistico, architetturale). In One Way Boogie Woogie girato nel 1977, Benning filma alcuni tipici luoghi americani. Nel 2004 ritorna su quei luoghi e li ri-filma (One Way Boogie Woogie/27 Years later, 2005): ne capta i mutamenti, l’alterazione architettonica, sociale, coloristica (una bandiera americana filmata nel 1977 non è la stessa ventisette anni dopo...). Ma insomma che film realizza James Benning?

It’s experimental narrative. It’s non-conventional, for narrative. I think it’s about patience too – Europeans seem to be more patient with films, to have more understanding of the concerns and what I’mdoing. I found they’re very poetic in the way they talk about films with me, the way they describe films .
1

E poi? Dove proiettarli? Nei multiplex? In qualche saletta d’essai? Lostesso Benning se lo è spesso chiesto? Realizzati in pellicola, i suoi film sono espressamente pensati per un dispositivo cinematografico. Una proiezione. Ma ciò che filma, lo stile, le questioni che ammantano il film stesso, si addice pure alle gallerie d’arte. Film come installazioni dunque? Benning su questo aspetto è chiaro:

Galleries are resistant to film technology, generally. They prefer to show things on video or DVD. My work’s always on film, I haven’t put it onto video or DVD – if I want to show them in a gallery or museum I show them on film. For galleries, the setting up of projectors and having screening times is foreign to them. I mean, they could build a theatre or work on a theatre space, but if you show a film every day, a couple of times a day, before the month’s out you’ll destroy the print .2

La questione è dunque complessa. Nondimeno James Benning continua nella sua ricerca: nel 2004 gira 13 Lakes, tredici inquadrature fisse di fronte a tredici laghi americani (l’acqua si increspa, il sole sale sui monti, un treno all’orizzonte taglia l’inquadratura...). Dello stesso anno è 10 Skies, che Benning così descrive a Zuvela:

Now I’m working on Ten Skies, which will be ten shots of sky, using a normal lens. I had a look at some of the shots and it really got the detail, I didn’t think it would but it really did. The funny thing is because of the shape of the frame, it’s kind of like looking at the sky through the sunroof of a car! 3



1 James Benning in Talking about seeing. Conversation with James Benning, a cura di D.Zuvela, in “Senses of Cinema”, n. 33 (2004), http://www.sensesofcinema.com.
2 Ivi.
3 Ivi.
 


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