Il limite come intervallo.
Conversazione con Julio Bressane
a cura di Bruno Roberti e Alessandro Canadè


Il concetto di limite chiama in causa una questione importante che è quella dei limiti della rappresentazione. Per esempio ciò si pone dopo Auschwitz, a seguito dell’instaurazione dei campi di sterminio. Uno sterminio che diventa anche delle immagini, per cui si pone il problema del limitedel rappresentabile. Il cinema secondo te può e deve rappresentare tutto, oppure c’è qualcosa che sfugge alla rappresentazione, che non può essere rappresentato, che è irrappresentabile? André Bazin diceva che l’amore e la morte sono delle realtà che non possono essere rappresentate, e che quando vengono rappresentate lo sono nell’oscenità, cioè letteralmente nell’ob-sceno, nel fuori scena, nel fuori campo. In tal senso c’è un limite etico alla rappresentazione, insito nel cinema?

Non si tratta evidentemente di una delimitazione morale a proposito di ciò che è osceno e di ciò che non lo è. Il problema a mio avviso è un altro: il problema è che la rappresentazione è difficile. È difficile rappresentare, non importa cosa, la realtà o altro. Non si tratta delle immagini, che debbano corrispondere o meno alle nostre pulsioni, ai nostri sintomi. Il cinema deve mostrare, deve trovare le immagini per mostrare, il problema è che è difficile farlo, il processo stesso è a rischio. Forse non è solo difficile, è impossibile il fatto stesso di mostrare le immagini. Il tempo dell’osservazione, della rappresentazione, ad esempio nel medioevo esisteva, oggi non c’è più questo tempo, oggi non resta più tempo per non fare nulla, per vedere e mostrare, per guardare, riguardare, andare, ritornare, vagare (tour, retour, detour). Qui sta la difficoltà: è difficile rappresentare le immagini non tanto rappresentare con le immagini. La difficoltà è strutturale, le immagini in sé sono difficili, al limite impossibili da mostrare, da rappresentare. C’è bisogno di uno sforzo, di uno sforzo di concentrazione, di esperienza. Ci vuole un insieme di fattori, di forze ibride, eterogenee, di pulsioni inconsce, capaci di fabbricare le immagini. C’è bisogno anche di un corpo abbastanza forte per poter sostenere la vista delle immagini. La difficoltà sta veramente nel mostrare in sé. Le immagini sono difficili. La forza che ci induce a creare un’immagine è qualcosa che non possiamo dominare, anzi forse è lei che ci domina. Il cinema deve mostrare le immagini, ma forse non può mostrarle.

Questo sforzo “al limite” nel fare le immagini forse costituisce il limite delle stesse immagini. Wittgenstein ha parlato dei limiti del linguaggio, dell’orizzonte umano del linguaggio come limite costitutivo. Il movimento, l’azione umana è tutta nel linguaggio, l’uomo non può uscire dal linguaggio e lui stesso come essere linguistico costituisce limite a se medesimo. Di fronte a qualcosa di cui non si può parlare bisogna tacere, i limiti stessi implicano un silenzio che diventa però una mostrazione. Quando si deve tacere è necessario mostrare, per te mostrare è difficile perché concerne la possibilità-impossibilità del limite stesso, mostrare significa in altri termini fare i conti con i limiti del linguaggio ma anche con la lingua del limite?

Hai messo in campo una questione esegetica importante. Trovo una grande possibilità nel limite. Jean-Luc Godard nelle Histoire(s) du cinema immette una grande implicazione filosofica, un possente gioco filosofico nelle immagini: mostrare implica una rassomiglianza, un’approssimazione a qualcosa che è ancora informe, una sorta di intercapedine vuota tra le immagini in cui si può entrare in modo istantaneo, perché le immagini che mostra, fortuite e impossibili, d’un colpo, in modo chiaro, vengono a esistere malgrado tutto, sopravvivono. E resta ancora qualcosa: questa pulsione, questa forza che ci spinge a creare qualcosa, che ci spinge, ci costringe. Il sentimento di Wittgenstein davanti al linguaggio è affiorato, si è manifestato in altri ambiti. Per esempio nella poesia di Mallarmé, in modo radicale.
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