Il concetto di animalità
attraversa la storia del pensiero sin dalle sue origini, proponendosi
sempre come enigma, problema concettuale ed etico. Quello di animalità,
infatti, ha spesso ricoperto il ruolo di concetto-limite dell’umano,
concetto che nasce proprio a partire dalla distinzione con l’animale,
come ricordano Horkheimer e Adorno (in Dialettica dell’Illuminismo).
L’animale dunque (e l’animalità come essenza, qualità propria
dell’essere animale) come alterità assoluta dell’umano? Come ciò da cui
l’uomo, in quanto uomo, si distingue? Di fatto no. Sarebbe troppo
semplice porre la questione dell’animalità come “altro” dall’uomo, come
sua negazione o negatività. Nella cultura greca, dalla
problematizzazione inaugurata da Platone e Aristotele fino alle
riflessioni radicali del cinismo e dello stoicismo, l’animale è ciò che
interroga l’uomo, come dire, dall’interno, producendo cioè una frattura
radicale nel vivo di ogni concezione antropocentrica che si pretenda
pura o altra rispetto alla dimensione animale. Ma di fatto, il
riconoscimento dell’impossibile distinzione tra uomo e animale nega
anche il suo opposto, vale a dire ogni cultura animalista, tesa a
identificare l’animale come specchio di un umano che ha perso la propria
identità.
Se la radicale divisione tra uomo e animale perde la sua consistenza,
l’animalità si configura sempre di più come modello interlocutorio
interno all’uomo. Se nel pensiero antico, l’animale e il bambino sono
“quasi” saggi (perché vivono la loro serenità nell’immediatezza
dell’istinto e non nella mediazione del logos), e mettono di fatto
l’uomo di fronte alla responsabilità morale e intellettuale del pensiero
e del suo uso corretto, nel pensiero moderno (in Erasmo – Elogio
della pazzia – o in Giordano Bruno – Lo spaccio della bestia
trionfante o Gli eroici furori), l’animalità costituisce la
sana e necessaria follia, l’eccedenza e l’eccezione che contrastano il
logos normativo e limitante. Il ruolo assegnato all’animale oscilla
dunque – ha sempre oscillato – tra due poli estremi: quello
dell’alterità totale rispetto all’uomo e quello dell’identità assoluta
con l’uomo.
Identità che diventa modello dei legami naturali e sociali tra gli
esseri umani – ad esempio negli studi sul totemismo di Levi-Strauss o,
prima ancora, nella straordinaria gamma di significati simbolici legati
agli animali esplorata da Freud – o momento di passaggio dalla natura
allo spirito – ad esempio in Hegel, che, nell’Enciclopedia, parla
dell’animale come passaggio, come natura che inizia a dotarsi di un
senso, a elevarsi verso un organismo vero e proprio.
Alterità che trova la sua rappresentazione più famosa e radicale in
Heidegger, per il quale l’animale è povero-di-mondo, perché non esiste,
ma vive soltanto. All’animale in quanto “semplice vivente” è negata
l’apertura al mondo, manifestatività dell’ente in quanto tale.
Il Novecento, che si apre con l’alterità assoluta heideggeriana (ma è
proprio tale?), esplora però anche altre strade. Da Deleuze a Derrida,
fino ad autori come Agamben, il pensiero contemporaneo ritorna sul tema
dell’animalità da altre prospettive, accettandone la sfida mai risolta:
«L’animale ci guarda e noi siamo nudi davanti a lui. E pensare comincia
forse proprio qui», afferma Jacques Derrida ad apertura de L’animale
che dunque sono, evidenziando proprio nella contemporanea alterità e
prossimità dell’animale, l’origine possibile del pensare. Accanto a
Derrida si pone Deleuze, che, nel concetto di divenire-animale
dell’uomo, mostra proprio che, se la distinzione tra uomo e animale è
impossibile (così come l’identità), è nel flusso, nel movimento
continuo, nella trasformazione di uno nell’altro, nel raggiungimento di
punti di intensità pura, che sta il rapporto (sempre dinamico, quindi)
tra uomo e animale.
Infine, è Agamben a porre con forza – in L’aperto, l’uomo e l’animale
– il problema della cesura continua che, nella vita pratica come in
quella politica, ha definito di volta in volta, cosa siano l’animale e
l’uomo: «Chiedersi in che modo – nell’uomo – l’uomo è stato separato dal
non-uomo e l’animale dall’umano. È più urgente che prendere posizione
sulle grandi questioni, sui cosiddetti valori e diritti umani».
Se il Novecento riprende e sottolinea i grandi temi del rapporto
uomo-animale, il cinema, inteso come grande dispositivo teorico, ma
anche come straordinario creatore di immagini complesse, ha
continuamente riproposto tale problematica attraverso le sue specifiche
forme. In particolare, spesso l’animalità ha costituito uno dei banchi
di prova dell’immagine cinematografica e soprattutto dei limiti della
rappresentazione.
L’animale-totem. Nella storia del
cinema, l’animale è stato spesso al centro di rappresentazioni del mondo
magico e simbolico che affonda le sue radici nel patrimonio mitico della
cultura occidentale come di quella orientale. L’animale parlante, dotato
di poteri che vanno al di là dell’umano, è l’ultima rappresentazione del
mito e della fiaba. In questo senso il cinema ha sempre lavorato in una
doppia direzione, quella del cinema fantastico e fiabesco (di animazione
o “dal vero”), e quella del cinema perturbante, in diretta connessione
con le forme dell’irrappresentabile, la sessualità e il divino.
Dall’animale come pura espressione della potenza sessuale in La
bestia di Walerian Borowczyk, all’animale come impossibile segno del
divino nel cinema di Tarkovskij (Andreij Rublëv), fino
all’animale come incarnazione di una forza pura, astratta, espressione
di orrore totale (Lo squalo di Spielberg, King Kong) o di
radicale alterità metafisica (di cui l’immagine archetipica più potente
nella contemporaneità è forse Moby Dick), l’animalità è posta
spesso come segno inquietante e perturbante di un’alterità misteriosa e
irrappresentabile, al tempo stesso prossima e lontana dall’umano (Rusty
il selvaggio di Francis Ford Coppola). L’animale magico, espressione
della dimensione animistica della natura, è al centro, ad esempio, delle
forme rappresentative del cinema orientale, in cui la tradizione
buddista e shintoista permeano la rappresentazione del mondo, disegnando
un universo in cui ogni elemento naturale è in realtà permeato di un
elemento divino (basti pensare al cinema di Miyazaki).
L’immagine-limite:
la violenza
animale. Il problema dell’animalità è anche il problema della violenza,
nella sua duplice accezione: la violenza sugli animali e la
violenza degli animali. Se la prima è al centro di una profonda e
trasversale interrogazione etica sulle forme del male (la morte degli
animali in Dostoevskij, l’agonia del cavallo in Nietzsche), la seconda
si pone come interrogazione sui limiti della rappresentazione. È nel
cinema estremo di Buñuel, di Lisandro Alonso, di Kim Ki-duk, di Park
Chan-wook, tanto per fare alcuni nomi, che la violenza sugli animali
diventa interrogativo etico e politico, esplorazione del ruolo e delle
forme della violenza. La violenza pura come espressione propria
dell’animalità diventa spesso anche la forma attraverso la quale
indagare la scissione costitutiva (come ricorda Agamben) tra l’uomo e il
non-uomo (ad esempio in Porcile di Pasolini, o in La mosca
di Cronenberg). È qui, probabilmente, che il cinema affronta lo snodo
costitutivo delle sue immagini: della sua potenza e dei suoi interdetti.
L’animale-specchio. L’animale come
specchio dell’umano, come sua trasfigurazione. L’antropomorfizzazione
dell’animale è un elemento costantemente presente nella storia delle
forme rappresentative. Dalla tradizione del cinema di produzione Disney,
in cui la resa antropomorfa dell’animale costituisce una sorta di marca
stilistica e rappresentativa, all’uso del montaggio e degli strumenti
del cinema (fino all’uso delle nuove tecnologie digitali) per “simulare”
un comportamento “umano” dell’animale (come evidenziato dalle famose
pagine baziniane dedicate al montaggio proibito in Che cos’è il
cinema?), in moltissimi film “animalisti” (un esempio su tutti:
L’orso di Jean-Jacques Annaud). L’animale-specchio è spesso anche
immagine ideale dell’umano, sua estraneazione idealizzata, proiezione di
una perfezione e di una purezza innocente che l’uomo non possiede più (o
non ha mai posseduto). Ma il cinema è anche la forma che ha sottoposto a
critica questo atteggiamento. È questo l’interrogativo che agita, ad
esempio, il cinema di Werner Herzog (Grizzly Man), in cui, al
contrario, l’animalità si rivela nella sua opacità costitutiva, nel suo
essere totalmente altra dall’umano, inassimilabile (come anche nel
cinema di Bresson, in Bright Future di Kyoshi Kurosawa, Il
cameraman di Buster Keaton o Max mon amour di Oshima).
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